14 Aprile 2026

Dagli adolescenti un appello “silenzioso”: ascoltateci

Il “rapporto”  degli adolescenti – nativi digitali – con internet, rispetto a quello degli adulti, è molto più familiare, immediato. Spazia dal supporto scolastico ai giochi online; dalle ricerche più svariate alle App che supportano il quotidiano; dalle amicizie alle sfide estreme da superare (challenges), ecc.
La vita dei nativi digitali si svolge in una dimensione onlife, in cui non ci sono più barriere tra mondo fisico e virtuale, e ricordiamoci il virtuale è reale, non è finzione. 

In questi ultimi anni la comparsa e la diffusione sempre più pervasiva dell’Intelligenza Artificiale (IA) ha fatto sì che l’intreccio tra le due realtà si approfondisse ancor più, senza soluzione di continuità.

Il 92,5% degli adolescenti utilizza strumenti di IA, con una frequenza giornaliera o comunque più volte alla settimana. Solo il 7,5% non la utilizza mai.

Dati che interrogano

A fine 2025 Save the Children ha pubblicato l’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia.  Sono emersi alcuni dati che meritano tutta l’attenzione del mondo degli adulti e che richiedono la disponibilità a lasciarsi interrogare profondamente.

I dati parlano di un ricorso all’IA, da parte dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni, non solo per questioni di studio o attività, ma anche per chiedere consigli su scelte importanti da fare in ambito di relazioni, sentimenti, scuola, futuro:

  • il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale;
  • il 41,8% ha chiesto aiuto in momenti in cui si sentiva triste, solo/a o ansioso/a. 

E ciò avviene non solo saltuariamente, ma più della metà fa ricorso all’IA con una certa frequenza.

Ma ciò che deve interrogare maggiormente è il fatto che una percentuale ancora maggiore preferisce far ricorso all’IA non solo al dialogo con un adulto, ma sempre più spesso anche rispetto alla comunicazione dell’interiorità con i propri coetanei e amici: 

Per un numero sempre più crescente di adolescenti e giovani condividere le proprie emozioni e sentimenti, desideri profondi e difficoltà con Chat Gpt, Claude o altri chatbot sta diventando sempre più naturale, come se stessero parlando con una persona reale.  Fino ad affidare anche disagi e paure che avrebbero necessità di una condivisione profonda con qualcuno capace di ascoltare, comprendere, orientare anche a costo di “non compiacere”.

Perchè si preferisce un chatbot?

Le motivazioni di questa preferenza variano da quelle apparentemente più tecniche a quelle più profonde. Un chatbot:

  • è gratuito e disponibile h24, con un semplice tap sul telefono è sempre a portata di mano;
  • utilizza un linguaggio molto amichevole, empatico… tanto da far sentire l’utente compreso;
  • non contraddice e tende piuttosto ad adattarsi e assecondare. 
  • manca di quell’imprevedibilità tipica delle relazioni umane che destabilizza la conversazione;
  • non si scandalizza di nulla;
  • non ha timore di cogliere la sofferenza;
  • non giudica perciò si può dire liberamente qualsiasi cosa;
  • può essere silenziato in qualsiasi momento.

 

C’è un “ma”…

Un chatbot non può offrire quella comprensione di un sentimento, di un’emozione  dentro un contesto; non può dare quel l’ascolto che tiene conto della storia personale di ciascuno; non può raggiungere con un gesto di accoglienza, di conforto e nemmeno con una parola detta col cuore… tutte caratteristiche insostituibili di una relazione. Di quella relazione di cui gli adolescenti sentono un bisogno grande, ma che per paura, per un rifiuto ricevuto, per… mille altri motivi non trovano o non hanno la forza di affrontare e allora si rivolgono ad un chatbot.

Non manca nei ragazzi e nelle ragazze la consapevolezza che si tratta di un tool programmato per dare risposte facili, per farli sentire a loro agio, al sicuro. 

Sanno anche che non è la stessa cosa di una relazione interpersonale che può anche mettere in discussione. 

Sono intelligenti, conoscono l’IA molto meglio di noi! (Ciò non nega i casi di violazione e violenza, di sotterfugio e di inganno di cui possono cadere in trappola).

Ma, c’è un “ma”:  l’IA non incute timore, non mette a disagio. Si sentono ascoltati, accolti così come sono, anche con le loro contraddizioni e paure, con la loro sofferenza, con quanto ai nostri occhi appare come “stranezza” perché non appartiene al nostro mondo.

 

L’ascolto, l’accoglienza… ecco il punto!

Più che dare risposte, soluzioni, forse la cosa più importante è quella di lasciarsi interrogare sulla nostra capacità di ascolto, di accoglienza, di comprensione che, come adulti, offriamo ad adolescenti e giovani.
Quanto il mondo degli adulti, oggi, è disponibile ad un ascolto sincero, profondo, libero da giudizi? Probabilmente troppo poco, se è questo che fa paura e spinge a preferire Chat Gpt, Claude, ecc.
Quanto tempo, come adulti, dimostriamo di poter e voler dedicare “gratuitamente”, senza aspettare null’altro in cambio? E quanto invece ci presentiamo sempre presi da mille cose da fare, dalla fretta o ancor più dalla frenesia del vivere quotidiano, pieni delle nostre preoccupazioni?
Quanto ci preoccupiamo più di chiedere: “come è andata a scuola?”, “cosa hai fatto oggi?”, “dove sei stato/a?”, anziché chiedere: “come stai?”, “cosa senti?”… Vuoi perché ci interessa di più la “performance”, vuoi perché un dialogo su emozioni e sentimenti metterebbe in gioco anche la nostra di intimità e questo mette a disagio noi per primi.
Quanto siamo pronti ad accogliere con comprensione e benevolenza i limiti e la sofferenza che potrebbe emergere da un dialogo? Il dolore, il limite fa paura prima di tutto a noi e allora preferiamo  il silenzio,  o diamo poca importanza e sminuiamo, sdrammatizziamo con superficialità…
Quanto siamo disposti a “perdere tempo” per cercare e comprendere insieme a loro anziché dare risposte preconfezionate o proporre “standard” di perfezione? Quanto è difficile accettare, magari, di non avere una risposta, una soluzione da dare e che l’unica cosa che possiamo offrire in certi momenti è il tempo, l’essere lì con e per loro?

 Ecco allora la sfida che scaturisce dai “numeri” della ricerca: avere il coraggio di lasciarci interrogare, di uscire dalla nostra “comfort zone” per andare loro incontro e offrire quel clima di accoglienza e  di ascolto, di chi si pone accanto per camminare insieme nella ricerca del bene, orientando con quella sapienza e autorevolezza che aiuta a crescere.

 

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